Posted on / by Luca Schino

Rifondazione Verde

Da “Il manifesto” del 17/6

Rifondazione verde

Orizzonte di tutta la sinistra, l’ecologia politica è stata trascurata proprio dai verdi: senza una forte autorevolezza, malati di minimalismo e scarsa trasparenza. Si costruisca invece un nuovo soggetto politico, capace di combattere per uno sviluppo sostenibile. Un movimento politico, non un partitino, che faccia rete con le associazioni. E scelga un simbolo nuovo, capace di alleanze e valori forti

EDO RONCHI*

Un’amara sconfitta che deve servire almeno ad avviare una riflessione di fondo. Il cartello Verdi/Sdi, il 13 maggio, ha raccolto solo il 2,2% dei voti, con un apporto di voto verde stimato intorno all’1%: il minimo storico, addirittura la metà dei voti alle regionali dell’anno prima.

Tutto ciò è accaduto mentre la questione ecologica era in primo piano per i cambiamenti climatici, per il traffico e le domeniche senza auto, la mucca pazza ed i cibi transgenici. Neppure il consistente voto in uscita, sia dalla sinistra di opposizione (Rifondazione Ccomunista), sia dalla sinistra di governo (Ds) ha minimamente interessato le liste sostenute dai Verdi. Questa sconfitta chiude, con esito pesantemente negativo, la fase, che si voleva costituente, avviata dai Verdi con l’assemblea di Chianciano: in questi due anni non sono state aggregate forze nuove e la gestione politica dei Verdi non ha prodotto alcuna novità di rilievo, anzi ha aggravato le tradizionali carenze, aggiungendo errori tali da ridurre il voto verde al minimo storico.

In questi anni in Italia vi sono stati forti cambiamenti politici ed elettorali che, invece di portare consensi più consistenti ai Verdi, hanno imboccato la via di altre liste elettorali. I Verdi non sono stati percepiti come forza di cambiamento credibile forse perché non sono riusciti ad essere una forza politica dotata di una strategia di cambiamento, anche politico.. L’ecologia politica non è né settoriale, né priva di potenziale politico, ma questo potenziale va sviluppato.

L’ecologia politica potrebbe diventare l’orizzonte strategico della sinistra degli anni 2000, contribuendo a rinnovare e rendere più incisiva l’intera sinistra. Questo potenziale impatto politico, tuttavia, non è stato sostanzialmente sviluppato. Anche sulle forme di organizzazione e di partecipazione politica c’è stato un ripiegamento troppo rapido ed acritico sulla forma più tradizionale di partititino verticistico e delle tessere. Il voto di una minoranza di ridotte dimensioni riflette, con ogni probabilità, un ecologismo malato di minoritarismo quasi congenito. E’ difficile essere credibili se si dà l’idea di voler svuotare il mare e, per giunta, si propone di usare il secchiello. Ma, anziché sviluppare la riflessione e l’innovazione sui nodi politici, chi ha avuto la responsabilità della gestione di questa fase costituente ha presentato e ridotto il rinnovamento ad una riedizione del giovanilismo, praticato da quarantenni supernavigati, impegnati più che altro ad emarginare o eliminare dal gruppo un’altra parte dei Verdi, sbrigativamente bollata “vecchia guardia”.

Mentre venivamo deliziati da queste amenità, un anno prima del voto, quando si dovevano raccogliere i frutti di quattro anni di governo, si è abbandonato il ministero dell’Ambiente per prendere quello dell’Agricoltura: una scelta incomprensibile per molti e, a quanto si è visto, certo non molto condivisa dagli elettori. Su una questione sacrosanta (un altro esempio da manuale della sconfitta elettorale) come quella della lotta contro i cibi transgenici, siamo riusciti a litigare perfino con Rita Levi Montalcini e a farci dire che volevamo “mettere il lucchetto al cervello”. La visibilità senza credibilità non serve certo a produrre consensi, anzi rischia di confermare lo slogan: “chi lo conosce, lo evita”. Invece di costruire per tempo, sulla base di una strategia politica, anche un’alleanza elettorale, o comunque un’aggregazione elettorale più ampia, si è arrivati, all’ultimo momento, ad un cartello elettorale con lo Sdi. Questo cartello non è stato votato, non perché non era conosciuto, anche perché il simbolo del sole che ride era ben visibile, ma perché l’operazione era politicamente inconsistente e, come si è visto il giorno dopo il voto, del tutto priva di prospettive. L’esecutivo della Federazione dei Verdi, scaduto per statuto il 31 dicembre scorso, prorogato per consultazione postale, ritenuta valida anche con la partecipazione solo del 30% degli iscritti e nonostante l’assenza di ogni controllo indipendente, si è candidato tutto in collegi blindati e/o al proporzionale e, invece di gestire il ricambio delle candidature con equilibrio e come alternanza in ruoli diversi ma per un impegno che doveva restare comune, ne ha fatto un elemento di lotta politica interna con esclusioni incomprensibili che non era difficile immaginare che non sarebbero state particolarmente gradite agli elettori verdi.

Perché mai sono passate tutte queste scelte sbagliate e questi errori e non sono stati adeguatamente contrastati e fermati? Alcune azioni di opposizione ci sono state. Il sottoscritto, per esempio, si è dimesso dall’incarico di ministro delle Politiche Comunitarie in dissenso con l’abbandono del ministero dell’Ambiente da parte dei Verdi e non ha accettato la proposta di candidatura in dissenso con la riduzione del Girasole a cartello con lo Sdi ed in dissenso con la gestione delle candidature. In generale, è difficile, tuttavia, non vedere una debole opposizione alle scelte che sono venute avanti in questi due anni. Ciò, almeno in parte, è dipeso dal fatto che la fase costituente è stata aperta senza garanzie democratiche: è iniziata con tesseramenti gonfiati e pullman organizzati e si è sviluppata con metodi tutt’altro che trasparenti e con la sostanziale sospensione della democrazia interna. Una situazione non più tollerabile, che ha provocato espulsioni e fughe in diverse Regioni e che va interrotta ripristinando certezza di regole per tutti.

Se le ragioni dell’ecologia politica fossero esaurite, la questione ambientale risolta e le forze politiche diventate ormai ambientaliste, si potrebbe anche fare a meno di un soggetto politico verde. Ma, come è evidente, così non è. Tuttavia, i risultati elettorali contano e, quando si arriva a simili sconfitte, non si resta solo per salvaguardare un piccolo ceto politico: o si riesce veramente ad imparare la lezione e a correggere le scelte sbagliate per avviare un cammino nuovo, o si smette. Per costruire un nuovo soggetto politico verde, penso che sia necessario caratterizzare i verdi come sinistra degli anni 2000, con un credibile progetto di conversione ecologica ma anche di società più libera e più giusta, sia a livello locale, sia a livello globale.

Questo nuovo progetto dovrebbe nascere con l’impegno a superare il minoritarismo: sono ormai disponibili conoscenze e capacità per proporre e praticare soluzioni ai problemi posti dall’insostenibilità dell’attuale tipo di sviluppo. Questo cambiamento va praticato anche con una nuova formula organizzativa: non più un partititino verticistico delle tessere, ma movimento politico con forte progettualità ed elaborazione programmatica, con una struttura policentrica a rete, capace di interloquire con la nuova complessità sociale ed anche di sviluppare proficui rapporti con il mondo associativo sia ambientalista, sia del volontariato.

Un nuovo soggetto politico verde, anche con un nuovo simbolo: il sole che ride è, infatti, ormai associato a troppi elementi negativi. Capace di promuovere l’unità di tutti gli ambientalisti anche con forme organizzative stabili, alle quali delegare parti rilevanti delle proprie decisioni. Facendo un po’ di necessità virtù, sarà bene rendere più duttile la tattica elettorale, decidendo volta per volta come partecipare alle elezioni. Rafforzare l’Ulivo e farlo diventare qualche cosa di più di una coalizione che rispunta qualche mese prima del elezioni dovrà essere un impegno prioritario. Anche per questo non mi sembra positiva, prima di un consolidamento dell’Ulivo, un’accelerazione dello schieramento interno, con la Margherita o con la sinistra. Il tema di un’alleanza federativa dovrebbe diventare un obiettivo del nuovo soggetto politico verde e non più una costrizione subita alla vigilia delle elezioni. Alleanza che andrà fatta per sviluppare l’impatto della tematica ecologista e, quindi, con coloro con i quali si raggiungerà un miglior livello di intesa programmatica e che saranno disponibili ad una forma organizzativa pluralista, che riconosca la rilevanza dell’ecologia politica e l’utilità, per una fase non breve, di una sua specifica autonomia organizzata.

Una simile prospettiva richiede un dibattito ed un’elaborazione approfondita, tempi non brevi e, soprattutto, la ridefinizione del progetto e dell’iniziativa verde.