Posted on / by Luca Schino

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VENEZIA (6 ottobre) – Una giornata di fine agosto, turisti che passeggiano stancamente per le calli veneziane, commercianti ambulanti che cercano di vendere la loro merce. Sguardi che si incrociano e controllano, e in mezzo a tutti questi occhi ci sono anche quelli degli agenti della polizia municipale che, in borghese, pattugliano la città. Li abbiamo accompagnati per una mattina in questa attività.

I venditori abusivi, a Venezia, arrivano principalmente in treno, qualcuno, ma sono pochi, abita in città, gli altri si sono stabiliti nell’entroterra. Le etnie sono varie, vengono dal Nordafrica, al Senegal, passando per India e Bangladesh. Ogni extracomunitario è specializzato in un prodotto, le borse, anche quelle con griffe false, sono generalmente appannaggio dei venditori di colore. A guidarci in questo percorso di inseguimenti, controlli, verbali e multe registrate ma mai incassate, è il commissario responsabile del servizio di sicurezza urbana Gianni Franzoi. Occhiali scuri ben piantati sul naso e camicia bianca, cammina vedendo movimenti e atteggiamenti che un comune turista o cittadino non noterebbe mai. Insieme a lui Gianfranco Zarantonello, vice commissario responsabile di sezione di Pg (anche lui in borghese):

Una multa da 2.500 euro non basta come deterrente, anzi, non serve proprio a niente. I fatti lo dimostrano: gli ambulanti sorpresi a vendere abusivamente in città alzano le spalle di fronte alla sanzione, ci ridono perfino su. Per loro verbale e multa sono carta straccia: non pagheranno mai. Fermati, tornano carichi di merce fra le calli dopo una manciata di minuti. Del resto per loro è un vero e proprio “lavoro”: pagano di tasca propria i connazionali che confezionano la merce (quando si tratta di piccoli gadget) o i fornitori, per la maggior parte cinesi ma anche italiani, che producono borse, cinture e altri capi.

Il pattugliamento delle zone di competenza della città è, per la polizia municipale, un’abitudine consolidata. Non sempre è facile, talvolta è necessario correre, e velocemente. Ma Franzoi è perentorio: «Solo nei campi, solo se non ci sono persone». Il rischio sarebbe, com’è noto, quello di travolgere i passanti. La rapidità è tale che non riusciamo a registrare l’intera corsa ma solo la sua conclusione: un ragazzo straniero, esile, viene notato per l’enormità del suo zaino. È attento, sul chi va là, basta un movimento in più per provocarne la corsa disperata. Tiene stretto lo zaino, non lo molla anche se lo rallenta, ad un tratto la cinghia si rompe, il borsone nero cade a terra e il giovane prosegue la corsa, riuscendo a far perdere le proprie tracce. Dentro lo zaino centinaia e centinaia di “palline antistress”, gadget venduti a un euro l’uno.

(testo e video di Beatrice Mani)

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