Posted on / by Luca Schino

Focus on: Emozioni inattese a Milano

di renato palazzi

Ci sono occasioni all’apparenza soltanto formali che si rivelano però capaci di riservare insospettabili emozioni, a volte tanto più intense quanto più il contesto appare disinvolto e improvvisato: lunedì 9 dicembre, alla presentazione dell’annuale opuscolo in cui il Settore Cultura del Comune di Milano raccoglie i programmi della stagione di tutti i teatri cittadini, il salone della Banca Popolare del Commercio e Industria – sponsor dell’iniziativa – ospitava il pubblico di mezza età tipico di queste manifestazioni tardo-pomeridiane, un pubblico che non sembra certo intervenire per farsi scuotere e spiazzare.

L’appuntamento, organizzato dalla rivista Hystrio e condotto dall’attore Roberto Recchia, prevedeva brevi interventi di esponenti del mondo teatrale meneghino: Paolo Bessegato recitava due emblematici brani di Miracolo a Milano, il racconto di Zavattini che ha ispirato il film di De Sica. Nanni Svampa, il fisico arrotondato ma la voce ancora fresca e tagliente, intonava tre pezzi del suo repertorio da Brassens dei Navigli. Rosalina Neri dava qualche brivido con una struggente canzone di Fiorenzo Carpi e Franco Fortini, Quella cosa in Lombardia, ed evocava Strehler sulle note della celebre Ma mi.

La vera sorpresa, senza nulla togliere a costoro, veniva però da Lucilla Morlacchi e Piero Mazzarella. La prima proponeva pagine di un dramma di Testori del 1967 ora in prova al Teatro dell’Elfo, La monaca di Monza, in cui la protagonista tornata dalla morte intenta una feroce requisitoria contro tutti coloro – partendo dal padre – che sono stati responsabili del suo destino. Le opere testoriane che precedono la rivoluzione linguistica dell’ Ambleto sembrano talora un po’ più opache: ma l’attrice, la voce incalzante, il corpo intensamente teso dietro il leggio, vi infondeva una rabbia e una violenza che colpivano nelle viscere.

Quanto a Mazzarella, leggeva pezzi di Milanin Milanun di Emilio De Marchi, ideale lettera a Carlo Porta sui contraccolpi di una città che andava cambiando, che acquisiva una nuova fisionomia da metropoli ma sacrificava ampie zone della propria identità profonda. In realtà avrebbe potuto leggere qualunque altra cosa, e l’effetto sarebbe stato lo stesso: c’è ormai – e lo si è visto nel recente Vecchia Europa – in questo attore settantacinquenne spesso associato a una roca comicità, un che di acre e straziante, come l’ansia disperata di testimoniare qualcosa di importante – la vita, la memoria – che ci sta inesorabilmente sfuggendo. (10 dicembre 2002)

Nella foto, Piero Mazzarella